Memoria costante di ciò che è uno,
astro invisibile che illumina il vivente,
torturatore eterno che devasta l'anima,
corda che ti cinge il collo e ti toglie dal mondo
per farti scendere nudo, senza metalli né gioielli,
senz'altro nutrimento che un tozzo di pane e un bicchiere di vino,
alle catacombe del cuore.
Sono quella spoglia, quell'isolamento, quell'impotenza che ti consegna inerme
quando il tuo ginocchio nudo s'inchina davanti all'Eterno,
quando freme nel tuo sangue la sua dissolvente vibrazione,
quando la distanza e il tempo cessano di essere muri
e si fanno sangue e ossa del tuo corpo.
Voglio che tu mi lasci calcinare la tua carne illusoria
sopportando ancora e ancora i bocconi della morte.
Coll viso nero, al caldo di due fuochi segreti,
ti farò bollire in acqua verde tagliato in mille pezzi
fino a che dalla tua faccia aperta non sorga il fiore d'oro.
Intaglia la pieetra grezza, dimentica l'abbecedario,
la tirannia dello zodiaco, gl'ignoranti riti funebri,
i logori fantocci rispettati dai maghi,
le false lampade che dicono di vincerè l'oscurità:
cerca nel vuoto interiore l'obliata corona da re,
tira fuori le ossa dalla fossa, buttale in una terra bianca,
fissa il volatile e sublima la sostanza, renditi padrone dei tuoi nomi,
resuscita il figlio morto che ti porti sepolto nella schiena.
Tutto ciò che è terra naviga verso i cieli,
sali una e un'altra volta per ricadere in rugiada,
tessi con le fibre della tua aura il calice della femmina,
la voracità del tempo si attenua, sei cullato da un'antica luce,
dalla rosa bianca e dalla rosa rossa sfugge il sublime sangue rosato.
Ti invito a meditare su una pelle di tigre.
Un sole tra le sopracciglia, occhio nato dall'aroma-germe,
come un muro che crolla saluterai la vita,
trasformerai ogni secondo in talismano sacro,
in cenere e argilla spargerai la tua memoria,
con un mandala nella bocca espellerai il verbo,
aprirai i sette centri, partoriarai la gemma ardente,
canterai vicino alla fossa il sutra dell'Indivisibile,
trasformerai la tua madre defunta in cera magica,
accarezzerai i lombi dell'aria con mani di pastorella,
darai ai tuoi giudizi la beltà d'un angelo ch'esplode,
t'impietosirai per quelli che mangiano putridume,
sentirai che tutto esala il sacro profumo dell'incenso,
camminerai portando nelle mani la tua testa tagliata,
alzerai come bandiera uno scheletro in fiamme,
sparirai nel fulgore del diamante centrale.
Come una pietra lenta ti ho estratto dalla nebbia,
t'ho dato la mia demenza affinché tu smetta d'essere un morto nomade,
affinché sulla tua fronte brilli una luna piena e il tuo cranio si apra in diecimila petali:
la meta finale è illusoria, tutto si realizza nell'anima, il bottino di guerra sei tu stesso.
Più in là della nascita e della morte, più in là della catena delle cause e degli effetti,
ombre furtive che attraversano gli specchi, tu e io uniti,
consolazione delle consolazioni, saremo corpo dell'oblio.